Maggio 2016

L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo

La Relazione annuale dell’UE sul controllo delle esportazioni di armi e sistemi militari: in ritardo, incompleta e incoerente. Il Consiglio dell’Unione europea non sta prendendo sul serio il controllo democratico sull’esportazione di armamenti 

La Rete italiana per il disarmo (RID) insieme al European Network Against Arms Trade (ENAAT) esprimono una forte critica nei confronti del Consiglio dell’Unione europea «per non prendere sul serio il controllo democratico sulle esportazioni di armi e di sistemi militari». Le due organizzazioni rendono nota la loro posizione in un comunicato congiunto (in allegato) emesso oggi a seguito della pubblicazione della “XVII Relazione sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari” sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea (UE).

«Nonostante le richieste del Parlamento europeo e della società civile, anche quest’anno la relazione è stata pubblicata in grande ritardo, è incompleta e presenta dati incoerenti», specifica la nota di ENAAT, rete di diverse organizzazioni nazionali per il controllo del commercio di armamenti in Europa. La rete europea evidenzia che ciò è conseguenza anche del «crescente impatto negativo sul controllo delle esportazioni di armi a seguito della liberalizzazione dei trasferimenti intra-UE»

I dati della relazione si riferiscono all’anno 2014 e mostrano che la principale zona geopolitica di destinazione dei sistemi militari è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di euro di licenze): ciò significa che i paesi dell’UE stanno vendendo rilevanti quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. Nonostante gli espliciti divieti contenuti nella Posizione Comune (2008/944/PESC), i paesi dell’UE hanno continuato ad autorizzare esportazioni di armamenti e di armi leggere a governi che abusano dei diritti umani ed a paesi coinvolti attivamente in guerre, come l’Arabia Saudita (3,9 miliardi di euro), il Qatar (11,5 miliardi), l’Egitto (6,2 miliardi) e Israele (998 milioni).

ENAAT chiede pertanto all’Unione europea di mettere in atto una risposta globale ai conflitti agendo specificamente sulle cause sociali, economiche, ambientali e politiche, piuttosto che fare il doppio gioco del “pompiere-piromane” per assecondare una politica di benefici a breve termine. «E’ tempo che le ragioni della pace e della sicurezza prevalgano su quelle dei profitti e delle rivalità nazionali», sottolinea la nota di ENAAT.

La Relazione dell’UE peggiora di anno in anno

La 17° Relazione dell’UE sulle esportazioni di armamenti relativa all’anno 2014 è stata resa ufficialmente pubblica oggi, 4 maggio 2016. «La pubblicazione tardiva della relazione rende il controllo democratico una specie di farsa – commenta Martin Broek, ricercatore dell’associazione olandese Stop WapenhandelI dati dei trasferimenti di armi da gennaio 2014 saranno discussi 27 mesi dopo il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e le consegne delle armi. Se l’Unione europea e i suoi Stati membri intendono prendere seriamente il controllo dell’export di armamenti, devono migliorare i tempi di pubblicazione della relazione».

Non è solo una questione di tempi, ma di contenuti. Diversi Stati membri non comunicano secondo gli standard comuni richiesti, il che rende impossibile confrontare i dati e avere una visione chiara e coerente delle esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’UE. Molti dei maggiori esportatori non forniscono all’UE i dati sulle esportazioni effettive (consegne) di armamenti, come il Regno Unito e la Germania, o non rivelato i dati sulle esportazioni secondo le specifiche categorie di sistemi militari, come la Francia e l’Italia.

«Invece migliorare – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo – la relazione sta peggiorando di anno in anno e questo nonostante i ripetuti appelli delle associazioni della società civile e le esplicite richieste del Parlamento europeo. Una tale mancanza di trasparenza non dovrebbe più essere tollerata».

Lo scorso dicembre il Parlamento europeo ha chiesto che la relazione venisse pubblicata per tempo, in modo completo e secondo i criteri stabiliti per consentire un adeguato dibattito pubblico e il necessario controllo e ha proposto di implementare delle sanzioni in caso di violazioni. ENAAT ricorda che ricade sui governi degli Stati membri la responsabilità di fornire un adeguato quadro giuridico e la trasparenza delle informazioni necessarie per il dibattito politico e il controllo legale: le esportazioni di sistemi militari sono tuttora principalmente di competenza nazionale.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati riportati nella Relazione dell’UE sono in linea con quelli pubblicati nella Relazione governativa relativa all’anno 2014. «Ma va notata una grave mancanza – aggiunge Francesco Vignarcacoordinatore della Rete italiana per il Disarmo. Nonostante le nostre reiterate richieste, da diversi anni l’Italia non rende noti all’UE i dati sulle consegne (esportazioni) secondo le specifiche categorie di sistemi militari rendendo così impossibile il controllo sulle operazioni effettivamente effettuate».

 

Gli Stati membri dell’UE stanno giocando ai “pompieri piromani”

Ulteriori e preoccupanti considerazioni possono essere tratte riguardo sia alle esportazioni effettive sia alle autorizzazioni rilasciate nel 2014: queste ultime permettono infatti uno sguardo sulle politiche messe in atto dai governi degli Stati membri (quali paesi destinatari sono considerati ammissibili, per quale tipo di prodotti militari, ecc.) e sul futuro del commercio di sistemi militari dell’UE armi (le licenze di oggi sono le esportazioni di domani).

L’Arabia Saudita è la principale destinazione di armamenti dell’UE degli ultimi quindici anni e tra i maggiori clienti di armi europee nel 2014 figurano anche Qatar, Algeria, Marocco, Egitto, India, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Considerando i livelli di povertà di alcuni di questi paesi, il loro coinvolgimento in conflitti e i legami sospetti con gruppi terroristici è sorprendente che i governi europei li considerano destinatari accettabili per una politica di esportazioni di armamenti chiara e responsabile.

Invece di contribuire alla sicurezza comune, le esportazioni di sistemi militari dell’UE stanno alimentando conflitti, come quello in Yemen, regimi repressivi come l’Arabia SauditaIsraele e Egitto: tutto questo finisce con l’incrementare i flussi di migranti e rifugiati e le pressioni alle frontiere europee ma, contemporaneamente, permette di aumentare i contributi finanziari dell’UE per azioni infinite di peace-building e di ricostruzione.

«Con governi dei paesi dell’Unione europea impegnati a promuovere le proprie esportazioni di armi, il controllo rimane un insignificante esercizio sulla carta fintantoché azioni legali da parte della società civile non saranno rese possibili e non avvenga un effettivo cambiamento delle politiche», ha commentato Ann Feltham, coordinatrice parlamentare della Campaing Against Arms Trade (CAAT) del Regno Unito. 

  

Il controllo dell’export di armamenti: le ambiguità dell’Ue

Nonostante la conclamata volontà di «evitare esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzati per la repressione interna, l’aggressione internazionale o che potrebbero contribuire all’instabilità regionale», di fatto l’Unione europea sta abbassando gli standard di controllo del commercio di armamenti coprendo l’operazione come liberalizzazione del mercato interno. La Francia, ad esempio, nel giugno del 2014 ha intrapreso una revisione completa del sistema di controllo delle esportazioni nell’ambito della “Direttiva sui trasferimenti di prodotti della difesa”«Questo nuovo regime – spiega Tony Fortin, Presidente dell’Observatoire des Armements (Francia) – esenta lo Stato dall’essere responsabile per il controllo delle esportazioni e aumenta il rischio di abusi limitando il controllo democratico» 

Allo stesso modo – secondo l’associazione Vredesactie (Belgio) – nelle Fiandre (la regione fiamminga del Belgio) l’uso delle “licenze generali” rende molto più difficile conoscere l’utilizzatore finale soprattutto nel caso dei componenti di materiali di armamento: di conseguenza circa la metà delle esportazioni di beni non sarà più soggetta a controlli. 

 Firmato da:

- BUKO: Campaign stop the arms trade (Bremen - Germania)

- Campaign Against Arms Trade (CAAT) (Londra - Regno Unito)

- Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Barcellona - Spagna) 

- Committee of 100 (Finlandia)

- Human Rights Institute (Slovacchia) 

- International Peace Bureau (IPB)

- NESEHNUTÍ (Repubblica Ceca) 

- Norwegian Peace Association (Norvegia)

- Observatoire des armements (Francia)

- Peace Union of Finland (Finlandia)

- Quaker Council for European Affairs (QCEA)

- Rete Italiana per il Disarmo (Italia)

- Stop Wapenhandel (Paesi Bassi)

- Swedish Peace and Arbitration Society (Svezia)

- Vredesactie (Belgio)

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Per un mare di pace: riconvertiamo Seafuture!

La Spezia, lunedì 23 maggio 2016

Un evento dedicato al mare del futuro, fagocitato dalla Marina Militare, a cui sono stati invitati i rappresentanti delle Forze armate di paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Questo è “SeaFuture 2016”, la fiera internazionale che sotto la copertura dell’innovazione e della sostenibilità, nasconde un altro intento: promuovere nuovi affari soprattutto per il comparto militare.

La Quinta edizione di “SeaFuture 2016” rivela la vera natura della manifestazione: da evento presentato nel 2009 alla stampa e alla città per valorizzare le potenzialità del territorio ligure favorendo l’incontro tra centri di ricerca e imprese è stato trasformato in una piattaforma di business dove l’operatore principale è la Marina Militare.

Oggi siamo davanti a un banco di vendita dei sistemi militari tra cui, soprattutto, le navi dismesse dalla Marina Militare che – come è stato detto nella conferenza stampa di presentazione – “rappresentano un buon affare per le marine estere più piccole”.  Lo spostamento della sede dell’evento, avvenuto già nella scorsa edizione, dai padiglioni di Spezia Expo all’Arsenale militare mostra che SeaFuture è ormai stato incorporato dal settore militare.

In questo contesto è ancor più grave e inammissibile l’invito rivolto dagli organizzatori ai rappresentanti delle Forze armate di paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, delle libertà democratiche e del diritto internazionale umanitario. A “SeaFuture 2016” partecipano infatti rappresentanti militari di regimi autoritari tra cui Bahrain e Emirati Arabi Uniti le cui forze militari sono intervenute nel conflitto interno in Yemen senza alcun mandato internazionale: conflitto che ha già causato più di 8mila morti di cui più della metà tra la popolazione civile. Inaccettabile la presenza dell’Egitto in considerazione della violenta repressione interna e proprio mentre il nostro governo sta chiedendo inutilmente alle autorità egiziane di inviare tutta la documentazione in loro possesso sulla brutale uccisione del giovane ricercatore Giulio Regeni. Ingiustificabile la presenza del Marocco che da più di 40 anni occupa militarmente il Sahara Occidentale violando le risoluzioni delle Nazioni Unite e i diritti umani del popolo Saharawi. Insopportabile la presenza della Turchia in considerazione della continua violazione dei diritti democratici,  dell’annosa repressione del popolo curdo e dell’indegno trattamento dei migranti e dei richiedenti asilo.

Riconosciamo che la Marina Militare sta svolgendo un ruolo importante nel soccorrere in mare profughi e migranti dalle zone devastate da conflitti e dallo sfruttamento indiscriminato. Ma questo non significa in alcun modo avallare politiche intese a promuovere la vendita di sistemi militari italiani

L’evento “SeaFuture 2016” manifesta così la tendenza a assimilare nell’ambito militare anche le iniziative che dovrebbero promuovere soprattutto le attività civili, economiche e di ricerca, sottraendo a quest’ultime risorse e spazi.

Nelle nostre coscienze e nella nostra visione, il futuro del nostro mare non può essere di nuovo e ancora legato al commercio delle tecnologie militari. Il Mediterraneo deve essere un ponte di incontro tra i popoli e tra i centri di ricerca e tutte le realtà interessate a promuovere la tutela del mare, la sostenibilità ambientale, lo sviluppo responsabile nel rispetto dei diritti delle persone e dei popoli.

Chiediamo che venga rispettata la legge n. 185 del 1990 che vieta l’esportazioni di armi verso i paesi in conflitto o che violano i diritti umani. Chiediamo oggi come sempre di sapere in modo chiaro quali armi vengono vendute dall’Italia nei diversi paesi del mondo.

Chiediamo che sia fatto ogni sforzo per diversificare e riconvertire l’industria militare, salvaguardando e incrementando l’occupazione, liberando così i lavoratori dal ricatto occupazionale che li costringe a cooperare con un sistema industriale-militare che alimenta i conflitti, produce sempre nuove vittime,  provoca migrazioni e nuove povertà, soprattutto fra i popoli del sud del mondo.

Invitiamo tutti i cittadini Mercoledì 25 maggio (dalle ore 20 alle 21.30) a partecipare al Presidio Nonviolento con volantinaggio che si svolgerà in via Prione (angolo piazza Mentana,  lato via Chiodo) in occasione del Concerto della Banda Musicale della Marina Militare (evento che si tiene al Teatro Civico ed è parte del programma di “SeaFuture 2016”).

Firmato:

-       ANPI Sarzana

-       ARCI La Spezia

-       ARCI Val di Magra

-       Associazione Culturale Mediterraneo

-       Associazione Saharawi La Spezia

-       Chiesa Metodista La Spezia

-       Comitato Acquabenecomune La Spezia

-       Comitato Solidarietà Immigrati La Spezia

-       Emergency La Spezia

-       Gruppo di Azione Nonviolenta La Spezia

-       Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia

 

Per contatti stampa:

Giorgio Beretta:

Email: berettagiorgio@gmail.com

Cellulare: 338.3041742

 

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