Giugno 2017

Raddoppia autorizzazione ad export armi italiane, ma il Governo ne è contento

Rete Disarmo: tendenza che alimenta i conflitti, servirebbe invece più controllo e maggiore responsabilità

Raddoppia autorizzazione ad export armi italiane, ma il Governo ne è contento

Crescono vertiginosamente le autorizzazioni all'export militate italiano: 14,6 miliardi di euro (+85% rispetto al 2015, +452% rispetto al 2014). Il valore delle esportazioni effettive si attesta sui 2,85 miliardi, in linea con il passato, ma gli effetti delle autorizzazioni 2016 si vedranno nei prossimi anni. Pesa la mega-commessa (oltre 7 miliardi) di caccia Eurofighter per il Kuwait, ma tra i principali Paesi destinatari troviamo anche Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Pakistan, Angola, Emirati Arabi Uniti. Oltre il 60% delle nostre armi finirà a Paesi fuori da UE e NATO. 
Per Rete Disarmo si tratta di una politica insensata e che contribuirà a far crescere i conflitti, in contrasto con le nostre necessità di politica estera, come vorrebbe la legge 185/90
 
Fonte: Rete Disarmo - 27 aprile 2017
 

Sempre più autorizzazioni rilasciate per la vendita in tutto il mondo (ben 82 Paesi) di armamenti e sistemi d'arma italiani, con il rischio di andare a rifornire regimi autoritari che vanno ad infiammare le regioni di maggior tensione del pianeta. E' quanto emerge chiaramente dai dati diffusi ieri dal Governo (con la trasmissione al Parlamento della Relazione ex legge 185/90) e che danno ragione alle posizioni della Rete Italiana per il Disarmo che da tempo esprime preoccupazione per il continuo deterioramento di trasparenza e controllo sulle vendite di armi. In pieno spregio della legislazione vigente i cui principi impediscono di esportare armamenti verso regioni in conflitto o con rischio di violazioni dei diritti umani.

ARMI ITALIAAl di là del preoccupante livello raggiunto dalle autorizzazioni all'export militare e della la problematicità di alcuni Paesi destinatari, l'elemento che maggiormente ci preoccupa riguarda la soddisfazione sia della Presidenza del Consiglio che del Ministero degli Esteri per l'aumento delle vendite di armamenti italiani – commenta Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo - In realtà il ruolo del Governo, e in particolare dell'UAMA (Unità per Autorizzazione dei Materiali d'Armamento), sarebbe quello di controllore al fine di rilasciare autorizzazioni in linea con le indicazioni della legge i principi della Legge 185/90, non di sponsor dell'industria militare”

Una Legge che si basa, fin dal titolo, su aspetti di controllo rispetto ad un export delicato come quello militare e su criteri molto chiari riguardanti la liceità o meno di alcune autorizzazioni. “Come possiamo però fidarci di un arbitro e di un controllore che continua in un certo senso a fare il tifo per la produzione armiera italiana e per la sua diffusione in tutto il mondo?” conclude Vignarca

Lo testimoniano diverse frasi del Rapporto diffuso ieri tra le quali è opportuno ricordare: “l’obiettivo è quello di coniugare una crescente efficienza sia del servizio pubblico che delle società, a tutto vantaggio della competitività degli operatori sui mercati internazionali, nonché dell’immagine dello stesso operatore e del sistema Paese” oppure “l’Italia è stata classificata terza per numero di Paesi di destinazione delle vendite, dopo USA e Francia, a dimostrazione di una capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero. L’Italia e’ stata altresì classificata fra i primi 10 per valore delle esportazioni”

Ciò ancora più grave pensando al ruolo di Autorità nazionale che UAMA ha assunto dal 2013 con la riforma delle procedure legate alla 185/90. “Appare notevole non solo il livello complessivo delle autorizzazioni all’export 2016 connesso in misura significativa all’accordo siglato con il Kuwait per 28 aerei Eurofighter – sottolinea Maurizio Simoncelli vicepresidente dell'Istituto di Ricerche Archivio Disarmo - ma anche il fatto che il totale di autorizzazioni all'export militare italiano conferma la sua robusta crescita. Se infatti nel quinquennio 2010-2014 si attestava mediamente intorno ai 3 miliardi di euro, ora abbiamo conferma di un salto a livelli superiori dato che già nel 2015 si era giunti ad 8 miliardi di euro di autorizzazioni alla vendita”. 

Dati su export militare italiano 2016

Nel 2016 le esportazioni italiane di sistemi militari hanno superato i 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell'85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015. La Relazione annuale evidenzia come detto soprattutto la commessa di 28 Eurofighter della Leonardo al Kuwait del valore di 7,3 miliardi di euro. Proprio il Kuwait (7,7 miliardi) è al primo posto tra gli 82 paesi destinatari di armamenti italiani seguito da Gran Bretagna (2,5 miliardi), Germania (1,1 miliardi), Francia (574 milioni), Spagna (444 milioni), Arabia Saudita (427,5 milioni), Usa (380 milioni), Qatar (341 milioni), Norvegia (226 milioni) e Turchia (133,4 milioni).

Nel 2016 il valore delle autorizzazioni all’esportazione e dei trasferimenti intra-comunitari ha riguardato solo per il 36,9% i paesi dell’Unione europea e della Nato (5,4 miliardi) che per la gran parte, cioè per il 63,1%, sono stati diretti a nazioni extra UE e Nato (9,2 miliardi). In particolare, tra le zone geopolitiche di esportazione, figurano al primo posto i paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente che con oltre 8,6 miliardi euro ricoprono da soli più del 58,8% delle autorizzazioni, mentre al secondo compaiono i già citati paesi UE-Nato.

Proprio questo dato – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (OPAL) di Brescia – conferma una tendenza allarmante delle politiche di esportazione di sistemi militari in atto negli ultimi anni: Africa Settentrionale e Medio Oriente sono, infatti, le aeree di maggior tensione del mondo e sono zone governate in gran parte da regimi autoritari e da monarchie assolute irrispettose dei più basilari diritti umani. Fornire armi e sistemi militari a questi regimi, oltre a contribuire ad alimentare le tensioni, rappresenta perciò un tacito consenso alle loro politiche repressive. I risultati di queste politiche sono le migliaia di migranti che con ogni mezzo cercano rifugio sulle nostre coste. E’ pertanto urgente che il Parlamento chieda al Governo Gentiloni ed in particolare al ministro Alfano se intendono continuare a sostenere militarmente questi regimi, come ha fatto il governo Renzi e l’allora ministro degli Esteri, Gentiloni”.

Nessun miglioramento per quanto riguarda la trasparenza

Anche quest’anno dalle migliaia di pagine della Relazione e dalle decine di tabelle non è possibile sapere nel dettaglio quali specifici sistemi militari sono stati esportati negli 82 pPesi destinatari. A parte, infatti, gli Eurofighter al Kuwait, la Relazione non riporta informazioni al riguardo e tutto questo rende praticamente impossibile al Parlamento di esercitare quel ruolo di controllodell’attività dell’esecutivo che gli compete. 

Non solo. E’ praticamente inutile e anzi fuorviante la relazione (allegato) fornito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Il Ministero continua infatti a riportare nelle tabelle solo gli “Importi segnalati” senza indicare il valore della corrispettiva operazioni autorizzata facendo così mancare un’informazione fondamentale per un effettivo controllo da parte del Parlamento delle transazioni bancarie. 

Va ricordato inoltre che dalla relazione governativa viene indicato anche un valore ulteriore di oltre 176 milioni di euro per non meglio identificate intermediazioni in campo commerciale – aggiunge Maurizio Simoncelli – su cui un maggiore trasparenza ci parrebbe dovuta ed importante”.

In virtù di tute queste considerazioni la Rete Italiana per il Disarmo chiede a tutti i gruppi parlamentari di attivarsi al più presto nelle commissioni competenti per compiere un ampio ed attento esame della Relazione governativa e sulle operazioni autorizzate dal Governo in materia di esportazione di sistemi d'armamento (un dibattito che in maniera approfondita manca ormai da troppi anni) stimolando nel contempo una maggiore attenzione del Governo stesso verso le istanze della società civile italiana su questo tema.

Export militare italiano, tendenza storica

 

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”UE, non investire in armi!”, lo chiedono quasi 120.000 cittadini europei

”UE, non investire in armi!”, lo chiedono quasi 120.000 cittadini europei

In una petizione online specifica, diffusa su tutto il territorio continentale e tradotta in cinque lingue, più di 117.500 cittadine e cittadini europei hanno finora espresso la loro contrarietà all'uso di fondi pubblici della UE per ricerca e sviluppo di nuovi armamenti.
 
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo - Network ENAAT - 22 giugno 2017

Europa armi ricercaI Capi di Stato e di Governo della Unione Europea si incontrano oggi a Brussels per il Summit Europeo di Giugno, e discuteranno anche delle proposte della Commissione per un “Fondo Europeo della Difesa”.

In una petizione online specifica, diffusa su tutto il territorio continentale e tradotta in cinque lingue, più di 117.500 cittadine e cittadini europei hanno finora espresso la loro contrarietà all'uso di fondi pubblici della UE per ricerca e sviluppo di nuovi armamenti.


“Decine di migliaia di europei - in particolare da Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia – si sono velocemente mobilitati per dare un segnalo chiaro ai propri governanti: vogliono vivere in una Unione sicura ma non credono che ciò si possa ottenere spendendo miliardi di euro in armi. Soldi che andranno soprattutto a fornire sussidi all'industria militare. Credono invece che ci siano modi migliori di spendere il denaro delle proprie tasse per assicurare che l'UE sia un territorio sicuro” afferma Virginia López Calvo, Senior Campaigner di We Move Europe (WeMove.EU).

 

L'Unione Europea è ad un bivio: sostenere una Pace poco finanziata o contribuire alla corsa globale agli armamenti?

Lo scorso 7 giugno la Commissione Europea ha proposto di aggiungere 500 milioni di euro sia nel 2019 che nel 2020 alla fase di sviluppo nuovi prodotti militari già iniziata con i 90 milioni destinati alla “Azione Preparatoria per la ricerca nella difesa”. Un programma che ha visto per la prima volta l'utilizzo di fondi europei in ambiti militari e che copre il periodo 2017-2019. Dal 2021 queste cifre già enormi dovrebbero crescere ulteriormente, raggiungendo il totale di 1,5 miliardi di euro all'anno sia per la ricerca che per lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologia militare. Questo piano proposto dalla Commissione porterà automaticamente ad un taglio drastico di altre attività di natura civile, poiché il budget europeo attuale è rigidamente fissato per ogni anno, ed è poco probabile che gli Stati Membri dedicano di aumentare i propri contributi dopo il 2020 (senza dimenticare la perdita dei fondi britannici quando verrà definita e formalizzata la cosiddetta Brexit).

L'obiettivo principale e dichiarato di queste nuove misure è quello di rafforzare la competitività dell'industria a produzione militare, inclusa la sua capacità di esportazione. “Nel contesto attuale di aspra competizione nel settore degli armamenti e mancanza di linea politica comune, il risultato più plausibile di questo nuovo fondo per la difesa sarà quello di vedere massicciamente esportata della tecnologia militare pagata con i soldi della UE, contribuendo dunque ad aumentare negativamente la corsa agli armamenti. Ciò ha veramente poco a che fare con la protezione dei cittadini europei” commenta Laëtitia Sédou, Programme officer per l'UE del network continentale ENAAT (European Network Against Arms Trade) di cui anche Rete Disarmo fa parte.

Azione contro sussidi ad industria militare EUEsiste anche un alto rischio che la maggior parte di questi fondi UE finiscano nei bilanci delle principali industrie militari europee che, non a caso, hanno le proprie sedi principalmente nelle prime 5 nazioni dell'Unione per export militare: Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia. I governi di questi 5 Paesi sono, a turno e non sorprendentemente, i principali fautori dell'incremento di questo fondo.

Le usuali motivazioni a supporto di queste scelte (“porteranno più crescita e posti di lavoro”) non hanno un fondamento reale e robusto: poiché l'industria degli armamenti dipende da fondi pubblici crea meno posti di lavoro (e a costi maggiori) di altri settori economici1 e gli investimenti in Ricerca e Sviluppo per questo ambito più che altro spostano occupazione dal civile al militare, per via della scarsità di competenze2. Ci sono modalità più efficaci di creare posti di lavoro e sostenere la crescita economica senza gli impatti negativi legati alla produzione di armi.

Un migliore uso dei soldi dei contribuenti sarebbe quello di concentrarsi sullo sviluppo delle energie rinnovabili e sulla cura dell'ambiente in generale, azione che oltretutto contribuirebbe ad affrontare le vere cause di fondo dell'instabilità globale come il cambiamento climatico e l'accesso alle risorse naturali. Uno dei firmatari della petizione ha scritto: “L'Unione Europea ha guidato il mondo nel mostrare come lavorare insieme in maniera cooperativa sia il miglior modo per creare un mondo pacifico. Un risultato che non si potrà mai ottenere moltiplicando la presenza di armi” 

 

 

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1R. Pollin & H. Garret-Peltier, “The US Employment Effects of Military and Domestic Spending Priorities”, 2011 update (Amherst, MA: Political Economic Research Institute, University of Massachusetts 2011) and 2017 update

2 Dunne & Braddon: Economic Impact of Military R&D, Flemish Peace Institute 2008

 

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“Stop alle forniture militari all'Arabia Saudita. Si salvi il lavoro in Sardegna”

“Stop alle forniture militari all'Arabia Saudita. Si salvi il lavoro in Sardegna”

L'appello ai parlamentari italiani presentato oggi alla Camera da Reti e associazioni della pace, dei diritti umani e dell'intervento umanitario. 
Le bombe italiane fanno stragi di civili in Yemen, alimentando uno dei conflitti più drammatici e gravi al mondo
 
Fonte: Amnesty International Sezione italiana - Movimento dei Focolari Italia - Oxfam Italia Fondazione Finanza Etica - Rete Italiana per il Disarmo - Rete per la Pace - 21 giugno 2017

Conferenza Stampa Yemen giugno 2017Presentata oggi a Roma, in una partecipata conferenza stampa alla Camera dei Deputati, la proposta di Mozione parlamentare predisposta da alcune organizzazioni e reti della società civile italiana a riguardo del conflitto in Yemen.

Si fermino le forniture militari verso Arabia Saudita e propri alleati” è il punto principale della proposta, lanciata da Amnesty International Sezione Italiana, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari in Italia, Oxfam Italia, Rete Italiana per il Disarmo, Rete per la Pace. Il testo di mozione riprende e rilancia quello della Risoluzione votata dal Parlamento Europeo (a febbraio 2016 e a metà giugno 2017) che per ben due volte ha richiesto di “avviare un'iniziativa finalizzata all'imposizione da parte dell'UE di un embargo sulle armi nei confronti dell'Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen”.

Conferenza Stampa Yemen giugno 2017Nel corso della conferenza stampa sono stati richiamati da Archivio Disarmo i dati delle forniture militari italiane verso Arabia Saudita e Medio Oriente, mentre Amnesty International Italia, Ofxam Italia e Medici Senza Frontiere hanno evidenziato le drammatiche situazioni umanitarie e di violazione dei diritti umani in Yemen, in particolare ricordando gli attacchi subiti dagli ospedali in questi due anni di guerra e la situazione socio-sanitaria completamente degenerata (da cui è derivata l'attuale epidemia di colera).

Dopo aver illustrato il contenuto dell'Appello ai parlamentari, e i dati riportati anche nel testo di Mozione, si è dato spazio al “Comitato Riconversione RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo” composto da oltre 20 organizzazioni della Sardegna che ha riportato all'attenzione nazionale le azioni locali per la riconversione produttiva dell'industria bellica nel Sulcis Iglesiente. Iniziativa derivata proprio come azione territoriale di reazione alla produzione e vendita di ordigni della RWM Italia verso l'Arabia Saudita.

Conferenza Stampa Yemen giugno 2017Hanno poi portato sostegno alle iniziative in programma i rappresentanti di Fondazione Finanza Etica, Rete della Pace, Movimento dei Focolari in Italia, Rete Italiana per il Disarmo.

Nel corso dell'incontro si è infine ricordato che secondo il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen” inviato lo scorso 27 gennaio 2017 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dichiara che «Il conflitto ha visto diffuse violazioni del diritto umanitario internazionale da tutte le parti in conflitto. Il gruppo di esperti ha condotto indagini dettagliate su questi fatti ed ha motivi sufficienti per affermare che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale». Da qui la richiesta di compiere azioni che riportino al centro i principi e le prescrizioni della normativa italiana (legge 185/90) e del Trattato sul Commercio delle Armi ratificato dall’Italia nel luglio 2014: 

  • Bloccare l’esportazione di armi all'Arabia Saudita e a tutti Paesi coinvolti nel conflitto armato in Yemen

  • Attivare e finanziare il fondo per la riconversione previsto nella stessa legge 185/90 contemporaneamente ad una discussione pubblica sull'impatto del complesso militare-industriale 

 

 

Alcune dichiarazioni dei referenti delle organizzazioni promotrici dell'Appello ai parlamentari

La situazione oggi in Yemen è più che drammatica: un conflitto sporco che va avanti da più di due anni e di cui conosciamo poco forse anche perché pochi saranno i profughi che verranno in Italia da quelle zone. E così il disinteresse è generale! Una situazione che deve finire, per salvaguardare i diritti umani della popolazione yemenita”

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International

 

Oxfam è presente in Yemen da 34 anni e il principale intervento anche oggi riguarda la fornitura di acqua e servizi igienici di base; occorre ricordare che oggi circa il 60% dalla popolazione in Yemen ha difficoltà nel reperire il cibo quotidiano, con 4,5 milioni che soffrono di malnutrizione (di questi circa 2 milioni sono bambini). Ci sono 3 milioni di sfollati, di cui non si parla. La comunità internazionale deve farsi carico di questa drammatica situazione”

Paolo Pezzati, Oxfam Italia

 

In un territorio difficile, con tassi di disoccupazione altissima, abbiamo creato un Comitato formato da oltre 20 organizzazioni, perché vogliamo uno sviluppo sano, sostenibile, pacifico e non sfruttato o succube di logiche di guerra. Dal nostro lavoro non deve derivare morte e distruzione, in particolare di civili e bambini. Vogliamo poter costruire un lavoro che produce futuro e che si possa raccontare ai propri figli… Basato sulla pace. Chiediamo alle istituzioni di rovesciare la situazione che si è creata: nel 2001 una fabbrica esplosivi ad uso civile è stata convertita con soldi pubblici al militare. Perché non si può fare il percorso inverso?”

Arnaldo Scarpa, Comitato Riconversione RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo) 

 

La storia di Domusnovas ha una potente valenza simbolica che non può essere ignorata; oggi la politica nazionale ed internazionale si riempie la bocca con lo “sviluppo sostenibile” mentre nella realtà si favorisce la produzione di armi. Il nostro ruolo e apporto sarà quello di creare le condizioni di pressione sull'azienda tramite l'azionariato critico per un cambio di rotta. Riconvertire le aziende a produzione militare è possibile”.

Nicoletta Dentico, vicepresidente Fondazione Finanza Etica 

 

Secondo i dati del SIPRI, l’Arabia Saudita, nel quinquennio 2012-2016, è il secondo paese importatore di maggiori sistemi d’arma al mondo, conquistando l’8,2% del mercato globale. È stato inoltre accertato, per ammissione della stessa coalizione, l’impiego delle bombe a grappolo, bandite a livello internazionale dal 1 agosto del 2010, dopo la firma della Convenzione internazionale sulle bombe a grappolo. Dall’Italia invece sono partite bombe della classe MK e nel 2016 se ne ipotizza ragionevolmente un export di circa 20.000 tra bombe e parti di quest’ultime per un valore di svariate centinaia di milioni di euro.

Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo e Rete Italiana per il Disarmo

 

Dobbiamo fare sinergia su questi temi, e portare avanti insieme questo lavoro e questo percorso. Perché le istituzioni non rispondono? Come mai non bastano gli appelli di Papa Francesco? Quante volte deve parlare il papa? Dobbiamo essere accanto a chi lotta per la riconversione e dobbiamo stare a loro fianco”

Alfredo Scognamiglio, Movimento dei Focolari in Italia 

 

E' importante questo lavoro congiunto, ed è rilevante che una grande fetta della società civile italiana si stia impegnando visibilmente e con forza sul tema del conflitto in Yemen e delle responsabilità dell'Italia. Occorre tenere insieme tutto il quadro, in particolare partendo da atti di trasparenza fondamentali. E' inaccettabile che la vendita di armi sia un fiore all’occhiello che il Governo sta sbandierando da troppo tempo”.

Vittorio Cogliati Dezza, Rete della Pace

 

Promotori appello Yemen Amnesty International Sezione italiana - Movimento dei Focolari Italia - Oxfam Italia Fondazione Finanza Etica - Rete Italiana per il Disarmo - Rete per la Pace

 

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